Istituto Comprensivo «Silvio Pellico» di Vedano Olona (VA) - Classe 3B

«Ho imparato ad apprezzare le piccole cose»

L’alpino Luca Barisonzi, ferito in un agguato in Afghanistan, ha scalato la cima del Monte Rosa in carrozzina

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con l’alpino Luca Barisonzi, l’uomo che è rimasto ferito in un agguato in Afghanistan Cosa l’ha spinto ad entrare nell’Esercito? «La ragione per cui ho deciso di entrare a far parte dell’Esercito è stata la libertà. A 16 anni ho cominciato a ragionare sul dono della libertà e ho capito che averla è un grande dono poiché non è scontato. Ho ragionato sull’origine della libertà in Italia e ho capito essere il sacrificio di molti uomini che hanno combattuto nelle Guerre Mondiali per riuscire ad ottenerla».

Dopo essere entrato nell’Esercito e negli alpini, com’è stato decidere di intraprendere la missione in Afghanistan che le ha stravolto la vita? «Inizialmente ero un po’ intimorito, ma sapevo che essere un alpino ha i suoi rischi. La missione aveva come scopo liberare alcuni villaggi invasi dai talebani per aiutare la popolazione afghana. Io e il mio reggimento riuscimmo a liberare molti villaggi e ad aiutare la popolazione costruendo scuole e procurando loro del cibo».

Quale fu la sua prima impressione quando vide l’Afghanistan? «Quando arrivai in Afghanistan notai subito la differenza tra i paesaggi afghani e quelli italiani: lì la vegetazione è scarsa e ricordo che c’erano molte montagne. Inoltre anche la popolazione e lo stile di vita sono molto diversi dai dai nostri: in Afghanistan infatti le donne vivono nascoste, molti bambini non possono andare a scuola e la maggior parte delle persone è povera, si nota subito quindi le differenze che esistono tra l’Afghanistan e l’Italia».

È stato difficile adattarsi alle condizioni di vita in Afghanistan? «Sì, è stato molto difficile all’inizio vivere in condizioni di vita differenti da quelle di casa, però piano piano, ho cominciato ad apprezzare le piccole cose per esempio avere un pasto caldo alla sera».

Cosa si ricorda di quando le hanno sparato? «Quando la spia talebana mi ha sparato, io sono caduto a terra e da lì ho sentito solamente delle serie di spari dietro di me, ma non ero completamente cosciente di ciò che stava accadendo. Mi sono risvegliato in un ospedale tedesco e la prima cosa che ho chiesto è come stava il mio amico Luca Zanna che era in missione con me, mi hanno detto che non ce l’aveva fatta e mi ricordo che mi sono sentito profondamente in colpa, quasi non mi importava delle mie condizioni sanitarie, volevo solo sapere se il mio amico era vivo».

Sappiamo che lei e il suo compagno e amico Luca Colli avete compiuto un’impresa oltre le aspettative e l’immaginario di tutti. Di cosa si tratta? Io e Luca Colli, personal trainer e alpinista estremo, abbiamo deciso di scalare il Monte Rosa e di raggiungere il rifugio Capanna Margherita a 4554. Grazie alla tecnologia innovativa utilizzata nella Action Track Chair, una carrozzina alimentata a batterie elettriche capace di salire sulle montagne, sono riuscito a superare i miei limiti.

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