ll progetto de Il Giorno per i lettori di domani

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IC Galileo Galilei di Busto Arsizio (VA) - 3D

A Borsano, la memoria diventa casa

Voci, testimonianze e ricordi degli esuli Giuliano-Dalmati: dal dolore delle foibe all’accoglienza trovata a Busto Arsizio

Il 10 febbraio è stato scelto come Giorno del Ricordo perché proprio in quella data, nel 1947, venne firmato a Parigi un trattato che sottrasse all’Italia parte del suo territorio. Fu l’inizio di una diaspora che portò migliaia di istriani, fiumani e dalmati a lasciare la propria terra.

Nel nostro Istituto abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Giampaolo Sablich, figlio di esuli che trovarono accoglienza nel quartiere di Borsano.

La sua testimonianza ci ha ricordato “come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale” Le parole di Dante, infatti, descrivono perfettamente l’esperienza vissuta dagli esuli Giuliani e Dalmati, italiani per nascita e italiani anche per scelta, come molti di loro ricordano nel docufilm che abbiamo visto a scuola dal significativo titolo “Italiani due volte” Ci ha commosso vedere quel video e ascoltare le loro storie tra cui quella della produttrice Rita Rusic, che ricorda il suo arrivo a Busto Arsizio: «Mi sembrava New York. Era l’inizio della libertà».

Tra le voci più toccanti c’è quella di Bruna Paoli, esule istriana residente nei palazzoni del villaggio Giuliani e Dalmati di Borsano: «Nel 1943, quando avevo quattro anni, mio papà fu gettato in una foiba insieme a suo fratello e ad una ragazza. Dopo tre mesi furono recuperati e riconosciuti solo dagli indumenti che avevano addosso. Mio padre non aveva fatto nulla di male: era soltanto italiano” Il parco di via Ugo Foscolo di Busto Arsizio ora è intitolato proprio a quella giovane studentessa istriana martire delle Foibe: Norma Cossetto.

Il sig. Sablich ci ha parlato anche del lungo viaggio dei suoi genitori, Antonio e Rosaria, i quali passarono per vari comuni dove erano visti come intrusi, come persone scomode. Tutte le porte erano chiuse. Finalmente arrivarono a Busto Arsizio, che si dimostrò, invece, una città ospitale, una città che seppe accogliere senza chiedere nulla in cambio, trasformando l’integrazione e la generosità in un gesto concreto di solidarietà e facendo degli esuli non ospiti temporanei.

Fu Don Emerico Ceci, sacerdote e storico di origine dalmate, ad avere un ruolo fondamentale nel raccogliere gli esuli istriani giuliani e dalmati e nell’ideare la costruzione a Borsano del villaggio San Biagio, progetto sostenuto con entusiasmo dal sindaco dell’epoca che capì la situazione e assegnò loro dei terreni.

“Gli fu data non solo una casa, ma anche dignità” affermò Giampietro Rossi.

Ancora oggi questo quartiere di Borsano conserva una forte identità storica e culturale. Ogni 10 febbraio Busto Arsizio celebra la memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo, ricordando che nessuno dovrebbe mai essere costretto a rinunciare alla propria terra e alla propria identità, perché “quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo anche il privilegio di essere liberi”

 

Tra il 1943 e il 1945 migliaia di italiani furono gettati nelle foibe, profonde cavità naturali, diventate tragico simbolo di violenza e repressione. Le stragi si verificarono in un periodo segnato dalla caduta del fascismo e dall’avanzata delle truppe jugoslave guidate da Tito, in un clima di vendette e persecuzione politica ed etnica.

A seguito di questi eventi, circa 250.000 italiani furono costretti ad abbandonare la propria terra. È il fenomeno noto come esodo giuliano-dalmata.

Famiglie intere lasciarono case, lavoro e radici per cercare rifugio in Italia, dove spesso furono accolte con diffidenza. Molti vissero per anni nei campi profughi, in condizioni difficili, in attesa di una sistemazione stabile e dignitosa. A Busto Arsizio maturò l’idea di offrire una risposta concreta a questa emergenza umanitaria e, grazie all’impegno di don Ceci, prese forma un progetto di accoglienza che prevedeva la realizzazione di circa duecento abitazioni, una scuola e un asilo, finanziati dallo Stato.

Nel 1966 venne inaugurato il nuovo quartiere dotato di negozi, servizi e scuole, come la primaria Rossi e la secondaria di primo grado Parini.

Con l’apertura della Casa del Fanciullo nel 1972, il quartiere venne completato, continuando ad accogliere persone in difficoltà e diventando un simbolo di solidarietà.

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