Peppino Impastato, la voce che non si spegne
Dai banchi di scuola alla memoria del territorio, un percorso di legalità che insegna ai ragazzi a riconoscere e contrastare le ingiustizie
Un percorso di educazione alla legalità che parte dai banchi di scuola e arriva alla memoria civile del territorio. È quello vissuto dalla classe 3ªA di Bussero, protagonista di un progetto promosso da Libera, l’associazione impegnata nella lotta contro le mafie e nella diffusione della cultura e della responsabilità.
Attraverso attività, giochi di ruolo e momenti di riflessione condivisa, gli studenti hanno approfondito il significato di “atteggiamento mafioso”, comprendendo come la mafia non sia soltanto un fenomeno criminale organizzato, una piaga lontana nel tempo e nello spazio ma anche una mentalità fatta di prepotenza, silenzio e indifferenza che può insinuarsi nei piccoli gesti quotidiani.
Hanno compreso che dire “no” alle ingiustizie è una scelta che inizia dai comportamenti di ogni giorno. Il percorso si è arricchito con una scoperta significativa: proprio a Bussero si trova un monumento dedicato a Peppino Impastato, figura simbolo della lotta alla mafia. L’opera rappresenta dei binari ferroviari, luogo della tragica morte di Impastato nel 1978, inizialmente presentata come un suicidio, su cui sono adagiati un microfono e delle cuffie, un’immagine potente che richiama la voce libera di Peppino e la sua esperienza con Radio Aut, l’emittente attraverso la quale denunciava pubblicamente i boss del suo paese, Cinisi. Un messaggio che i ragazzi hanno accolto con attenzione e maturità.
A raccontare l’opera agli studenti era proprio il suo creatore Diego De Crescenzo che ha illustrato il monumento e il percorso che lo ha portato a realizzarlo. Con passione ha descritto il desiderio di restituire attraverso l’arte, la forza una figura che non appartiene soltanto al passato ma al presente di ciascuno di noi. Un uomo che dovrebbe essere studiato e raccontato come si faceva un tempo con le favole: storie capaci di insegnare il coraggio e la giustizia.
L’esperienza ha permesso di collegare la storia nazionale al proprio territorio, trasformando la memoria in un impegno concreto. Non solo conoscenza dei fatti, ma consapevolezza del ruolo che ciascuno può avere nella costruzione di una società più giusta. Peppino non c’è più ma la sua voce continua a viaggiare: vive nelle scuole che educano alla responsabilità, nei giovani che imparano a stare dalla parte della giustizia, nella comunità che sceglie di ricordare. Finché ci sarà qualcuno disposto ad accendere un microfono per denunciare un’ingiustizia, quei binari non porteranno solo il peso di una tragedia ma daranno la direzione di un futuro più giusto.
A conclusione del percorso, anche la docente che ha accompagnato gli studenti, Monia Cannistraci, ha voluto fissare in parole il senso dell’esperienza vissuta, dedicando a Peppino alcuni versi: “Ora Peppino è simbolo di coscienza,/ di chi non cede alla prepotenza/. E nei cuori che sognano giustizia e onore/ vive la forza del suo eterno ardore.”
Abbiamo intervistato l’autore del monumento, Diego De Crescenzo.
Perché ha deciso di realizzare un monumento dedicato a Peppino Impastato? «Dopo diversi anni ho sentito l’esigenza di dedicarmi alla scultura sociale, quella che io chiamo “scultura di resistenza”. La mia prima opera di questo tipo, dedicata alla pace, è stata inaugurata il 25 aprile 2009.Successivamente ho cercato ispirazione nelle storie delle vittime della mafia e ho trovato in Peppino Impastato una figura straordinaria, capace di incarnare ideali in cui mi riconosco profondamente. Ho ammirato il suo coraggio: ribellarsi alla propria famiglia, legata a un potente boss locale, e denunciare pubblicamente il sistema mafioso è stato un atto di forza» Può spiegare il significato degli elementi presenti nel monumento? «Il progetto nasce dall’esigenza di sintetizzare la vita e la tragica fine di Peppino. Ho scelto quattro elementi simbolici, armonizzati tra loro. Il muro divelto rappresenta la forza della parola e della comunicazione: la radio che infrange il muro dell’omertà. Le cuffie e il microfono simboleggiano l’irruzione della verità nelle case, il tentativo di scuotere le coscienze dei cittadini.
Le rotaie evocano il suo epilogo drammatico e il depistaggio che ne è seguito. Tuttavia, la sua voce non si è spenta, ma continua a vivere»