L’8 Maggio: c’era una volta la Festa della Vittoria
Il successo nella Seconda guerra mondiale venne celebrato in Italia dal 1946 al 1949. Poi la ricorrenza fu abrogata, ma non in Europa
“Io c’ero!” Iniziano così i racconti dei nonni che 80 anni fa erano in piazza a festeggiare “l’8 maggio – Festa della Vittoria in Europa”. Tutt’Italia si fermò quel giorno a ricordare i caduti, ad abbracciare i reduci civili e militari dai campi di internamento in Germania, a cantare con i partigiani sotto le bandiere tricolori.
Era festa nazionale sancita dall’art.3 del Decreto Luogotenenziale n. 185 del 22/04/1946 assieme al 4 novembre, al primo maggio ed al 25 aprile. Era un giorno di festa a tutti gli effetti civili, con gli edifici pubblici imbandierati: i lavoratori quel giorno erano pagati; fornai fruttivendoli macellai ed ambulanti lavorarono solo fino alle ore 13; le scuole erano chiuse ed i giornali in edicola. A Genova, l’8 maggio fu dedicato agli ex-internati militari in Germania con la consegna della bandiera agli “zebrati”. Insomma, un giornodi festa a tutti gli effetti.
Erano giorni duri: i giornali parlavano del prossimo referendum istituzionale del 2 giugno e del re che stava per abdicare; a Milano era stato trafugato il cadavere di Mussolini; mancava il carbone, il cibo era razionato, ma Norvegia e Danimarca avevanopromesso di inviare merluzzo; De Gasperi era a Parigi per parlare con gli alleati della ricostruzione, ma a Trieste, non ancora italiana e divisa in zona A e B, gli alleati con una grande parata militare avevano celebrato il 2 maggio la liberazione della città. Poi, la festa nazionale dell’ “8 maggio” scomparve dal calendario, abrogata dall’art. 7 della Legge n. 260/1949. Perché? Esattamente non siamo riusciti a scoprirlo, ma un indizio lo forniscono le minute degli appunti in preparazione del Consiglio dei ministri del 18 aprile 1946. In questi fogli dattiloscritti si legge che “la ricorrenza del 25 aprile sta, infatti, a ricordare la ricongiunzione delle provincie settentrionali al resto della Penisola, dopo sì lungo e tormentato distacco; e sta, altresì, a rievocare la gloriosa insurrezione partigiana che tanto contribuì alla cacciata dei tedeschi”.
Nel verbale di quel Consiglio, l’onorevole Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei ministri, propose il “decreto su festività, in ispecie pel 25 aprile.
Comunque si tratta solo di questo 1° anniversario” e l’onorevole Palmiro Togliatti, Ministro di Grazia e Giustizia, approvò.
E così, l’art.1 del Decreto Luogotenenziale n.185/1946 recitò: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”, posticipando al successivo art.3 il calendario delle festività nazionali. È evidente l’intento del legislatore di “rimettere alla Costituente ogni determinazione definitiva in materia di ricorrenze festive”.
Così, l’8 maggio venne festeggiato solo 4 volte, poi scomparve dal calendario e dalla memoria della Patria, mentre in Europa continua ad essere festeggiato.
Le Camere hanno approvato all’unanimità la legge n. 6 del 13 gennaio 2025 per l’istituzione del 20 settembre come “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi”, per ricordare una delle maggiori tragedie della “Resistenza non armata” per la liberazione dell’Italia, come la definì il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e rendere giustizia ai circa 650 mila IMI (Internati Militari Italiani), tra cui i 50 mila ufficiali e soldati non sopravvissuti ai soprusi nazisti.
Una storia quasi ignorata, ma alla quale l’ANRP-Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia,dall’Internamento,dallaGuerra di Liberazione e loro familiari, lavora da sempre per sottrarla all’oblio: in questo processo la Giornata dedicata alla celebrazione, alla riflessione e allamemoria è fondamentale. Il merito va reso all’on. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, promotore e primo firmatario della Proposta di legge.
Ma la più profonda gratitudine deve andare agli IMI, che le nuove generazioni possono ancora conoscere attraverso la visita al Museo loro dedicato a Roma dall’ANRP, ricordando personaggi come Michele Montagano, uno degli eroi che nel campo di Unterluss si offrirono per la fucilazione al posto dei loro compagni. O come Giovannino Guareschi, lo scrittore che nei lager coniò il famoso motto «Non muoio neanche se mi ammazzano».