ll progetto de Il Giorno per i lettori di domani

COFINANZIATO

Scuola Primaria Folli di Piateda (SO) - 5°

Le voci dei muri: storia viva della scuola

Le pareti raccontano un secolo di trasformazioni, custodendo memoria, cambiamenti e generazioni di bambini

Noi siamo i muri di Piateda. Silenziosi, ma attenti, custodiamo il tempo che passa, le storie che nessuno ricorda più. “Siamo nati nel 1920”, sussurriamo tra di noi, “quando questo edificio era il municipio del paese”. Ogni nascita, ogni matrimonio, ogni firma era impressa nel nostro cuore di cemento e intonaco. Ogni voce, ogni sguardo lasciava un segno, invisibile ma vivo, dentro di noi. Negli anni Sessanta cambiò tutto. Crescemmo in altezza, ci rinforzarono, ci allargarono.

Le famiglie delle frazioni montane scendevano nel fondovalle e con loro arrivavano i bambini.

Servivano aule, nuovi spazi. Così ci costruirono sopra due piani: finalmente eravamo pronti a diventare scuola primaria. Sentimmo il profumo del legno dei banchi, la polvere del gesso, e presto le nostre stanze si riempirono di voci, risate, passi incerti e sogni fragili che ancora non sapevano volare. Ogni mattina accoglievamo file ordinate di bambini e bambine in grembiule nero con colletto bianco. Il gesso graffiava le lavagne, dettati, tabelline e poesie risuonavano tra le nostre pareti. Noi ascoltavamo, pazienti, custodi di ogni piccolo trionfo e di ogni timido errore. Con il tempo, anche noi ci trasformammo. Non eravamo più pareti spoglie: cartelloni, disegni, cartine geografiche ci vestivano di vita e fantasia. Ogni colore, ogni immagine, ogni segno ci raccontava una storia nuova. Arrivarono poi gli anni dei cambiamenti. Le lezioni frontali si mescolarono a lavori di gruppo, discussioni, confronti vivaci. Noi ci facemmo più caldi, più accoglienti. I colori ci illuminarono, gli spazi si aprirono, pensati per stare insieme. Accogliemmo computer, proiettori, schermi luminosi: le vecchie lavagne lasciarono spazio alle LIM e noi sosteniamo ancora oggi cavi, apparecchi e nuove tecnologie, senza mai dimenticare la nostra missione: custodire il sapere, proteggere la curiosità. Nel 2000 ci ampliarono nuovamente. Costruirono un’ampia mansarda che oggi ospita biblioteca e mediateca. Ogni libro, ogni immagine, ogni storia che passa tra di noi ci arricchisce e ci fa sorridere. Poi, sulla nostra facciata, compaiono due scritte che portiamo con orgoglio: Municipio – Scuola elementare “Mariella Folli”, a lei dedicata, morta a soli 51 anni nel 2014, a causa della distrofia muscolare che la colpì all’età di 6 anni. Abbiamo visto generazioni di bambini crescere, ridere, sbagliare, imparare. Siamo stati ridipinti, rinforzati, messi a norma più volte. Il nostro colore è cambiato, ma la nostra voce è rimasta la stessa. Ancora oggi accogliamo nuovi bambini: zaini leggeri sulle spalle, occhi pieni di domande, passi incerti e curiosi. E noi restiamo qui, saldi, ad ascoltare, custodire, sostenere. Amplifichiamo risate, proteggiamo sogni, accogliamo il futuro che prende forma tra queste aule. E finché staremo in piedi, continueremo a raccontare la nostra storia, giorno dopo giorno, voce dopo voce, sogno dopo sogno. Perché siamo noi a custodire il passato e a sostenere il futuro.

 

Bisnonna Rosetta, quando sei nata e com’era la tua scuola? «Sono nata nel 1932 e ho frequentato la seconda elementare a Piateda. La mia scuola era molto diversa da oggi: un’unica aula con una sola maestra che insegnava tutte le materie e solo due libri a disposizione. Andavamo a scuola dal lunedì al sabato fino a mezzogiorno, indossando il grembiule nero con il colletto bianco e scrivendo con calamaio e pennino».

Come si svolgeva la giornata e come veniva insegnata la disciplina e l’educazione? «Andavamo a scuola a piedi e, a metà mattina, facevamo l’intervallo scendendo in giardino a giocare. La religione era insegnata dal parroco, mentre l’educazione civica la imparavamo dai nostri genitori a casa. La disciplina era severa: chi si comportava male veniva bacchettato sulle mani dalla maestra. Questo ci insegnava a rispettare le regole, a essere responsabili e a comportarci correttamente con gli altri».

Cosa facevi dopo la scuola e come aiutavi la tua famiglia? «Dopo la scuola facevo i compiti a casa e poi aiutavo la mia famiglia nei lavori quotidiani, soprattutto nella vigna. Era faticoso, ma così imparavo il valore del lavoro, della collaborazione e del sostegno reciproco. La combinazione di studio e impegno familiare mi ha formato, insegnandomi disciplina, responsabilità e amore per la mia terra fin da piccola».  

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