Profeti di pace in un mondo fatto a pezzi
Dalle parole di Papa Francesco l’Istituto comprensivo “Liguria“ di Rozzano ha allestito dal 12 al 16 gennaio una mostra sul dialogo fra i popoli
Nella settimana dal 12 al 16 gennaio alcuni studenti del nostro Istituto, l’IC Liguria di Rozzano, hanno presentato a tutte le classi una mostra sulla pace dopo aver studiato a lungo per conoscere e per prepararsi a parlare e a condivide coi compagni un tema così complesso.
La mostra «Profezie per la pace» è nata da due affermazioni di Papa Francesco: “Stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi” e “aiutatemi nella profezia della pace”.
Alcuni insegnanti hanno avviato un lavoro di conoscenza, ricerca e approfondimento che li ha portati a presentare al Meeting di Rimini dello scorso agosto un’esposizione sulle profezie per la pace, visitata da più di 800.000 persone, tra cui alcuni nostri proff. che, colpiti dalla mostra, ci hanno proposto di presentare questo lavoro ai nostri compagni. In 21 abbiamo aderito. Con questa mostra avevamo, come obbiettivo principale, quello di trasmettere un importante messaggio: sotto forma di metafora si parlava di costruire ponti e non muri, ma soprattutto di capire che noi con piccoli gesti, magari anche della nostra vita quotidiana, che possono sembrare insignificanti, possiamo contribuire alla “costruzione” della pace.
Innanzitutto, abbiamo incominciato con l’introduzione in cui spiegavamo agli spettatori della mostra che non era possibile parlare di tutti i 184 conflitti presenti nel mondo e che ne abbiamo scelti tre in particolare da raccontare in modo dettagliato: Sudafrica, Bosnia e Siria.
Nella parte del Sudafrica, abbiamo affrontato il fenomeno dell’apartheid, ovvero l’insieme di leggi razziste che favorivano i bianchi. Qui si è verificato anche un importante avvenimento, l’assassinio di una ragazza americana bianca, Amy, che stava cercando di aiutare i neri. La madre della ragazza, Linda, ha perdonato gli assassini. A seguito del suo perdono uno di essi ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato che il perdono lo ha liberato dai demoni che regnavano al suo interno. Questo ci fa capire che il perdono rende liberi, guarisce.
Nella ex Jugoslavia gli scontri e la pulizia etnica hanno prodotto tantissimo odio e sembrava che tra etnie, culture e religioni diverse fosse impossibile comunicare. Monsignor Pero Sudar, il vescovo di Sarajevo, capitale della Bosnia, ha deciso di fondare, proprio mentre la capitale bosniaca era sotto assedio, una scuola per accogliere e istruire non solo i bambini e i ragazzi della minoranza cattolica della città, ma tutti. Sembrava un progetto impossibile, irrealizzabile.
Oggi questa scuola è frequentata da più di 1500 studenti ed è un segno che il dialogo e l’incontro è possibile per tutti e con tutti.
In Siria la guerra si basava principalmente sull’azione di un gruppo di ribelli in contrasto col governo di Assad che non garantiva abbastanza diritti e libertà ai cittadini. Qui, dalla collaborazione tra cristiani e musulmani, è nato un orfanatrofio in cui accogliere e far crescere con cura e amore i bambini orfani nati dalle violenze sulle donne da parte dei ribelli.
Abbiamo dialogato con due ragazze della scuola superiore Alexis Carrel che hanno studiato e lavorato per preparare la mostra e con quattro ragazzi della nostra scuola che hanno fatto i volontari per spiegare la mostra.
Che esperienza avete fatto nel preparare la mostra Profezie per la Pace? «È stata un’esperienza molto intensa e coinvolgente – dice Rachele – che ci ha portato a lavorare con tanti studenti provenienti da diverse zone di Italia e ad incontrare esperienze e persone di grande umanità che ora sono nostre amiche».
Ora che il vostro lavoro è finito, cosa vi è rimasto? «Intanto abbiamo imparato dall’incontro con queste persone – spiega Lucia – un modo di vivere che possiamo applicare anche nella nostra quotidianità.
Poi non possiamo dire che il lavoro della mostra sia finito; per esempio incontrare voi, sentire il racconto di quello che avete fatto, continua ad arricchirci, tant’è vero che oggi siamo qui con un blocchetto e anche noi stiamo prendendo appunti su quello che dite e sull’esperienza che ci raccontate.
A te, ragazzo di 12 anni, che cosa ha colpito in questo lavoro? «Mi ha colpito il fatto che purtroppo nel nostro quotidiano aggiunge Francesco – non parliamo di questi argomenti così importanti e complessi con i nostri coetanei»